Associazione Culturale Aristocrazia Europea

martedì 20 ottobre 2015

Visita degli Asburgo a Milano.



 
 
Articolo pubblicato da AFFARI ITALIANI, primo giornale online italiano:
 
Milano, tre giorni di altezze imperiali.
Gli Asburgo tra cerimonie e galà. Spritz

Mica capita sempre di avere due altezze imperiali sotto la Madonnina. Per tre giorni, poi. All’ombra del Duomo sono arrivati l’Arciduca Ereditario Carlo d’Asburgo Lorena e suo fratello Giorgio. L’occasione? Il bicentenario dell’istituzione del Regno Lombardo Veneto… SPRITZ MILANO, LA RUBRICA DEL BEL MONDO MILANESE

Mica capita sempre di avere due altezze imperiali sotto la Madonnina. Per tre giorni, poi. All’ombra del Duomo sono arrivati l’Arciduca Ereditario Carlo d’Asburgo Lorena e suo fratello Giorgio: il bicentenario dell’istituzione del Regno Lombardo Veneto ha dato l’occasione di una storica visita ufficiale alla citta lombarda, organizzata dal Circolo del Regno Lombardo Veneto e del St-Georg Orden col beneplacito della Imperial Regia Cancelleria della Famiglia Asburgo, che si è articolata in appuntamenti pubblici e privati, in cui gli Arciduchi hanno avuto modo di incontrare non solo esponenti della nobiltà, ma anche autorità civili, religiose e accademiche, e illustri membri della società civile.
 
La visita si è aperta venerdì scorso con una lectio magistralis tenuta dall’arciduca Carlo nell’Università Cattolica di Milano, in cui ha illustrato quali siano gli intendimenti e gli sforzi che ancor oggi -seppur senza avere troni e corone- gli Asburgo stanno profondendo per una vera Europa cristiana e federale, in cui la Mitteleuropa (ossia i popoli e le regioni del vecchio Impero – e fra questi, anche Lombardia e Veneto) deve ritrovare il suo ruolo guida. Nel pomeriggio, visite private in Regione e in Arcivescovado, per concludere con una cena offerta dal conte friulano Giuseppe Rizzani. Il sabato è stato dedicato alle cerimonie del Konventum  del St-Georg Orden: la Serbidiola (l’inno imperiale, musicato da franz Joseph Haydn nel 1797) è risuonata in Piazza Duomo, eseguita dalla Banda Imperial Regia, che segue gli Asburgo nelle loro visite in Europa. Poi, una solenne Messa e l’incontro con un variegato e numeroso pubblico davanti alla Chiesa di San Carlo al Corso, dove chiunque ha potuto conoscere e salutare gli eredi di Cecco Beppe. Alla sera, invece, durante un più esclusivo galà nelle sale di Palazzo Bocconi, più di duecento persone appartenenti all’aristocrazia e provenienti da tutto il vecchio Impero hanno levato i calici alle migliori fortune del Lombardo Veneto e della Casa Imperiale, chiudendo così la parte pubblica di queste prime celebrazioni. Domenica l’Arciduca Georg ha invece incontrato, in stretta cerchia, Soci e Amici del Circolo del Regno Lombardo Veneto, incoraggiandoli a proseguire nell’opera di custodia della tradizione e della storia dell’antico Regno, guardando al futuro per costruire un’Europa migliore. Le celebrazioni proseguiranno poi con l’ormai tradizionale Convegno di Studi Mitteleuropei che il Circolo del Regno Lombardo Veneto, in collaborazione con l’Associazione Culturale Aristocrazia Europea, ha fissato per il prossimo sabato 21 novembre.
 

 
Nelle foto: Le Loro Altezze Reali et Imperiali, i Principi ed Arciduchi d'Austria, il capo famiglia Carlo ed il cadetto Giorgio D'Asburgo Lorena, eredi del Sacro Romano Impero, insieme al Barone Roberto Jonghi Lavarini, al Nobile Diego Martino Zoia (Presidente del Circolo del Regno Lombardo Veneto) ed al Conte Andrea Boezio Bertinotti.


 
 
http://www.aristocrazia.eu/ - https://www.facebook.com/aristocraziaeuropea

lunedì 29 giugno 2015

Intervista a Roberto Jonghi Lavarini.


 
venerdì, giugno 26, 2015    
 
Roberto Jonghi Lavarini, classe 1972, discendente da una famiglia tedesco vallese di antica nobiltà feudale, laurea in Scienze Politiche con tesi in “Araldica e Comunicazione”, cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, membro della Società Genealogica Italiana e del Centro Studi Araldici, soprannominato “barone nero” per la sua militanza politica, è tra i promotori della nuova associazione culturale Aristocrazia Europea
 
Barone, ci parli della vostra nuova iniziativa che ha già suscitato grande interesse... 
 
Premetto, al di là del simpatico soprannome, che sono un semplice decurione di campagna, orgoglioso delle proprie radici “walser”. Esattamente, il titolo spettante, ereditato dai miei antenati, sarebbe quello di “freiherr” che, nella giusta interpretazione tradizionale ed etimologica germanica, significa “uomo libero”, ovvero capo famiglia, in armi, non soggetto ad altra legge ed autorità, se non quella della propria “sippe” (comunità, tribù, villaggio). Preciso anche che sono solo uno dei promotori dell’associazione e che la stessa nulla ha a che fare con la politica. 
 
Prendiamo atto. Come nasce e come affronterà il futuro la vostra fondazione? 
 
Dalla volontà di un gruppo di amici, appassionati cultori e studiosi di storia, tradizioni, araldica e ordini cavallereschi, di preservare il pensiero aristocratico, ed il vero significato di nobiltà. Noi non siamo una classica associazione nobiliare o uno dei tanti sodalizi cavallereschi, legittimi e spesso anche benemeriti, che  rilasciano riconoscimenti, titoli e medaglie. Noi facciamo cultura e ci occupiamo di storia e di filosofia. Disprezziamo e condanniamo i tanti mitomani e truffatori che vendono patacche, quanto quei veri nobili che non si comportano più come tali. 
 
Cosa vuol dire essere Nobili nel 2015? 
 
E proprio per dare una risposta a questo annoso quesito che nasce la nostra associazione. I titoli, gli stemmi e le proprietà delle antiche famiglie italiane, rappresentano un grande patrimonio (storico, culturale, artistico ed identitario) della nostra nazione, assolutamente da tutelare, ma la vera nobiltà è altra cosa. Per noi, ereditare qualcosa non è sufficiente per essere qualcuno, la nobiltà è conquista e merito, selezione e governo dei migliori. L’aristocrazia non è semplicemente cultura e buone maniere, ma sopratutto tradizione, ovvero trasmissione e difesa di valori immanenti, “weltanschauung”, stile di vita, visione del mondo,  
 
Come agite in uno stato in cui l'aristocrazia nobiliare è caduta nel dimenticatoio dopo la Proclamazione della Repubblica? 
 
Noi vogliamo tutelare il patrimonio storico della nobiltà ma anche sostenere il pensiero aristocratico ed il concetto di cavalleria cristiana, ai quali, in tanti si avvicinano, per interesse storico e-o adesione culturale e spirituale, a prescindere dalle proprie origini genealogiche. La nobiltà autentica è, da sempre, una classe aperta, dinamica, in continua evoluzione, non un fenomeno statico o museale. Non a caso, non solo nelle monarchie, ma anche nelle repubbliche esistono degli ordini cavallereschi che premiano i migliori, o almeno così dovrebbero. 
 
Quali sono le vostre opere nel sociale? 
 
Noi non facciamo direttamente volontariato ma sosteniamo attivamente le iniziative dei più importanti e benemeriti ordini cavallereschi: quello Sovrano Militare Ospedaliero di Malta, quello Reale dei Santi Maurizio e Lazzaro e quelli Costantiniani di San Giorgio delle tre legittime obbedienze (di Parma, Napoli e Spagna). Certo è che, per un nobile, aiutare chi ha veramente bisogno (poveri e malati, anziani e bambini) è un preciso dovere (una “condicio sine qua non”) quanto quella di difendere la fede (per noi la Chiesa cattolica), la patria e le legittime case sovrane. 
 

sabato 30 maggio 2015

ARISTOCRAZIA EUROPEA

 
 
Associazione Culturale Aristocrazia Europea.
 
Noi siamo sostenitori e moderni interpreti del principio spirituale e filosofico di aristocrazia, nella sua corretta interpretazione, etimologica greca, tradizionale e cristiana, di “governo dei migliori”, di naturale selezione e gerarchia del merito. I nostri riferimenti storici, culturali ed ideali solo le polis greche, il patriziato romano, la cavalleria cristiana medievale, il Sacro Romano Impero, la società organica feudale, il rinascimento italiano e le monarchie tradizionali. La vera nobiltà è solo quella nazionalpopolare, identitaria, del pensiero e dell’azione,  al servizio della propria comunità e del proprio territorio, esempio, oltre che di cultura, buon gusto e buone maniere, soprattutto di assoluta lealtà, profondo senso di giustizia, del dovere e del sacrificio, autentico patriottismo, coraggio e fedeltà alla religione, alla corona ed alla parola data. La nostra associazione culturale, diversamente da tutte le altre, si rivolge sia a quella minoranza di nobili legittimi, che, avendo ereditato, dai propri antenati, stemmi e corone, rimangono fedeli a questa missione aristocratica che, a tutti coloro, cavalieri e autentici gentiluomini, condividono questi principi e valori.
 


 
Siamo una associazione culturale, libera ed indipendente, non a fini di lucro, promossa da un gruppo di autentici aristocratici e cavalieri, sotto l’alta protezione di un Principe europeo e di un Cardinale di Santa Romana Chiesa, con il sostegno e la collaborazione di alcuni docenti universitari ed esponenti del mondo della cultura, della impresa e della politica italiana. Siamo presenti in tutte le regioni italiane, ben radicati nella società, in ottimi rapporti con tutti gli Ordini Cavallereschi e le Case Sovrane europee, organizziamo iniziative culturali e benefiche, offriamo serissimi ed esclusivi servizi genealogici ed araldici. La vera nobiltà non è mai stata e non può essere un fenomeno statico e museale,  tantomeno statistico o mondano, ma, al contrario una viva tradizione culturale, una visione del mondo ed uno stile di vita, un giusto criterio di selezione della classe dirigente, di meritata premiazione dei migliori appartenenti ad una comunità, ad un popolo, ad una nazione. Noi tuteliamo certamente i legittimi diritti storici della nobiltà ereditaria ma sosteniamo maggiormente quella personale che ogni uomo, nella sua vita, può conquistare e raggiungere, migliorando se stesso, elevandosi spiritualmente verso l’alto.
STORIA e CULTURA
La storia della nostra Europa, delle nostre città e nazioni, coincide con quella delle grandi famiglie nobili e degli ordini religiosi e cavallereschi che hanno governato, per oltre un millennio, le nostre terre, rendendole ricche di castelli e monasteri, palazzi e chiese, opere d’arte, leggi ed istituzioni, che, ancora oggi, sono immenso patrimonio artistico e culturale della nostra civiltà. La vera aristocrazia è custode e portatrice di questa tradizione che è sintesi, stratificata e  consolidata, della filosofia greca, in particolare di Platone, della legislazione romana, della religiosità cristiana e dello spirito germanico, che ha trovato nel Sacro Romano Impero di Carlo Magno la sua più alta realizzazione spaziotemporale.
NOBILI e CAVALIERI
La stato italiano, a differenza delle monarchie e di altre repubbliche europee, non riconosce e non tutela i titoli nobiliari e gli stemmi araldici, in quanto tali. Dopo la scomparsa dell’ultimo Re d’Italia, Umberto II di Savoia, non esiste più una seria ed unica autorità, ufficiale e riconosciuta, che si occupi di questo patrimonio, ma operano autonomamente almeno una ventina, gran parte meritevoli, di albi, enti ed associazioni private, ognuna con i propri criteri e modus operandi. Oltre ai competenti uffici delle Case Sovrane e degli Ordini Cavallereschi (di Malta, Mauriziano e Costantiniano), riferimenti affidabili in materia sono certamente il Libro d’Oro della Nobiltà Italiana, la Società Genealogica Italiana ed il Centro Studi Araldici. Esistono diverse associazioni, sodalizi e confraternite cavalleresche (soprattutto dinastiche e neo-templari), molte delle quali assolutamente legittime, serie e benemerite,  ma gli Ordini, prettamente detti, oltre a quelli statuali delle singole nazioni e Case Sovrane, sono solo quelli ufficialmente riconosciuti dalla stato italiano e dalla Santa Sede: lo SMOM (Sovrano Militare Ordine di Malta), l’OESSG (Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme), l’Ordine Teutonico, l’OSSML (Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro) e quello Costantiniano di San Giorgio (delle tre diverse obbedienze di Parma, Napoli e Spagna).
ARALDICA e GENEALOGIA
L’araldica è una millenaria forma di comunicazione tradizionale e simbolica. In collaborazione con i migliori araldisti (studiosi, esperti ed artisti), italiani ed europei, riproduciamo, rielaboriamo o realizziamo ex novo, in maniera assolutamente canonica e rigorosa, stemmi (nobiliari, di famiglia e personali, matrimoniali e genealogici, ecclesiastici e religiosi, militari, borghesi, di ordini cavallereschi, confraternite, sodalizi e corporazioni) su cartoncino, tela, legno e pietra. Possiamo anche realizzare i tradizionali anelli chevalier e gioielli araldici, tromplei e affreschi, riprodurre stemmi su tessuti, argenteria e ceramiche. Possiamo usare qualunque materiale e tecnica, realizzare disegni di qualsiasi dimensione, digitalizzarli per qualsiasi scopo. Siamo gli unici, in Italia, a proporre due tipologie artistiche molto particolari come quadri allegorici (ad olio su tela, misure a partire da 30x20cm) di scomposizione e ricomposizione simbolica degli elementi di stemmi araldici e soldatini personalizzati (cavalieri e fanti, storici e fantasy, pezzi unici di produzione artigianale, con resine e vari materiali, scala 5cm/1m) che riproducono esattamente le insegne araldiche dei nostri committenti. La genealogia è lo studio scientifico dello sviluppo storico delle famiglie e delle comunità e con accurate ricerche si può verificare e provare l’appartenenza ad una stirpe nobile, tutelandone il patrimonio culturale ed identitario. Tramite serissimi giuristi, professionisti, archivisti e ricercatori universitari, esperti di livello internazionale, offriamo, nella massima riservatezza e discrezione, consulenza (approfondita, documentata e asseverata) in materia genealogica e storico-nobiliare, verificando la realtà dei fatti,  al fine di ottenere eventuali riconoscimenti giuridici ufficiali (di titoli e stemmi legittimi) ed aggiunte anagrafiche di cognomi e predicati, con la possibilità di accedere ai circoli aristocratici più esclusivi ed ai massimi gradi dei principali ordini cavallereschi.


 

mercoledì 8 gennaio 2014

Il "barone nero" Roberto Jonghi Lavarini

 
Roberto Jonghi Lavarini ha 40 anni, è felicemente sposato con Veronica ed ha due figlie di 11 e 6 anni, Beatrice e Ludovica. Laureato in Scienze Politiche alla Università Statale di Milano, lavora come consulente immobiliare (compravendita e ristrutturazioni) nella società di famiglia ed è iscritto a diverse associazioni di categoria. Cristiano Cattolico praticante, fedele alla Tradizione, è Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e Volontario del Corpo Italiano di Soccorso del Sovrano Militare Ordine di Malta. Appassionato di storia, cultura, araldica, tradizioni religiose e popolari, enogastronomia e sagre paesane, è molto legato alle radici ed alla identità Walser (tedesco-vallese) della propria famiglia e fa parte del gruppo folkloristico del suo paese di origine, Ornavasso. Da sempre coerente militante di destra, è stato: Segretario del Fronte della Gioventù di Milano, Dirigente Provinciale del Movimento Sociale Italiano, Dirigente Regionale di Alleanza Nazionale e della Fiamma Tricolore della Lombardia, Consigliere Circoscrizionale e Presidente della Zona Porta Venezia, per due volte candidato alla Camera dei Deputati come Indipendente ne La Destra. Attualmente, per scelta, non ricopre alcuna carica politica e non è iscritto a nessun partito ma collabora con svariate associazioni culturali e testate giornalistiche, partecipando a diverse trasmissioni televisive come opinionista. http://www.robertojonghi.it/
 
Antica famiglia Walser (tedesco-vallese) della Vall d’Ossola, gli Jonghi Lavarini sono i legittimi discendenti dei nobili carolingi Crussnall primi signori feudali di Ornavasso, poi trasferitisi in Svizzera. Il Capostipite di questa importante Sippe germanica, storicamente presente in tutte le valli del Monte Rosa, è Jocellino I von Urnavas, citato nel 1275 come Visdomino di Naters. Da suo nipote Jocellino II “Jung” (il giovane), discendono appunto gli Jonghi von Urnavas che furono fra i promotori della colonizzazione walser delle Alpi, spingendosi, oltre il passo del Sempione, fino a fondovalle, a Casaleccio, Ornavasso e Migiandone, rivendicando la titolarità su quelle terre.  Nel 1486, il Vescovo di Sion, Iodico von Syllinen, Signore del Vallese e Principe del Sacro Romano Impero, rivendicando il legittimo dominio su quelle terre, nominò, suo Curatore, il Ritter (Cavaliere) Theodorus Jongh, riconoscendolo erede dei primi signori di Ornavasso  (poi trasferitisi nel Vallese) con lo spettante titolo di Freiherr von Urnavas. Già nel 1495, però, il Ducato di Milano ed i Visconti rientrarono definitivamente in possesso della Baronia di Ornavasso, accordandosi con le “locali genti alemanne” (Walser), alle quali venne concessa una larga autonomia.  Da allora i “todeschi Jonghi di Urnavas” sono sempre citati  negli eventi storici della valle. In particolare, nel 1575, Pietro ed Angelino Jonghi, partecipano alla costituzione degli Statuti di Ornavasso in quanto “cardenzari et uomini particolari di detto luoco”.  Nel 1605, gli Jungen Urnavas sono citati nel “Wappenbuch des Heligen Romischen Reichs” (registro degli stemmi del Sacro Romano Impero). Nel corso dei secoli possedettero molte terre agricole, pascoli, boschi, cave di marmo e palazzi signorili (ancora esistenti come quelli di Ornavasso, Vogogna e Piedimulera), imparentandosi con le più importanti famiglie del Verbano-Cusio-Ossola. Dal 1738 gli Jonghi furono sempre presenti nel Consiglio Generale dell’Ossola come Patriziato Aggregato. Nel 1900, S.M. Re Umberto I concesse al Nob.Cav.Ing. Cesare Jonghi di aggiungere al proprio cognome ed al proprio stemma anche quelli materni dei nobili Lavarini (famiglia di remota origine veneta, di medici ed impresari, decurioni e sindaci, citata fin dal 1575). http://www.genmarenostrum.com/pagine-lettere/letteraj/jonghilavarini.htm

Intervistiamo Roberto Jonghi Lavarini (41 anni, noto esponente della destra milanese, opinionista radio televisivo, ex dirigente del MSI e di AN, già presidente della zona Porta Venezia): uno "politicamente scorretto e senza tanti peli sulla lingua". D (domanda) – R (risposta) D - Ti abbiamo sentito alla Zanzara sotto il fuoco incrociato di Cruciani e Parenzo… R - Si, è un bel ring anche se alla radio è impossibile spiegare bene i concetti, difendersi e replicare. Mi dispiace solo essere stato obbligato a parlare solo del passato e non del presente, tantomeno del futuro. Comunque, sia chiaro: non mi vergogno affatto delle mie idee e non ho certo paura di esprimerle liberamente. Io non rinnego nulla e non mi tiro indietro davanti ad una sfida. Il mio giudizio storico sul Fascismo e Mussolini rimane assolutamente positivo. Anzi, a dirla tutta, di fronte alla attuale crisi dell’occidente, causata dalle speculazioni della plutocrazia internazionale, incomincio anche a capire ed a rivalutare certe scelte politiche ed economiche della Germania Nazional-Socialista. La storia del secolo scorso è tutta da riscrivere... D - Ti abbiamo anche letto sui giornali parlare di Grillini e Lepenisti… R - Ho semplicemente riportato dei fatti assolutamente noti: Marine Le Pen, in vista delle prossime elezioni europee del 2014, vuole giustamente costituire un fronte europeo dei popoli e delle nazioni, e, attraverso tutta una serie di contatti ed incontri,  cerca degli interlocutori affidabili anche in Italia. Mi hanno però assicurato, dalla sua segreteria politica, che non vi è e non vi sarà  mai alcun accordo con il Movimento 5 Stelle. Ad oggi, quindi, gli unici referenti ufficiali del Front National francese, rimangono solo la Fiamma Tricolore e La Destra che, non a caso, hanno ripreso ed accelerato il processo di riunificazione della destra sociale italiana. D - Infatti, sabato sarai a Roma alla rifondazione di AN lanciata da Storace… R - Quella di riesumare la vecchia Alleanza Nazionale è evidentemente solo una provocazione politica, rivolta soprattutto agli amministratori della omonima fondazione (che gestisce il patrimonio del MSI) ed ai Fratelli d’Italia: l’obbiettivo è, finalmente, quello di riunire, rinnovare e rilanciare la destra italiana, partendo dall’appello lanciato, a suo tempo, da Marcello Veneziani e dal  progetto Itaca. Urge un nuovo movimento anti-mondialista che difenda veramente l’identità, la sovranità, i sacrosanti interessi del nostro popolo e della nostra nazione. Bisogna fare massa critica, voltare pagina, chiudere con vecchi rancori e polemiche. Su questa strada obbligata (non solo dallo sbarramento elettorale del 4%), i nostri primi e naturali interlocutori non possono che essere gli amici di Officina per l’Italia. D - Veniamo a Milano, quale è il tuo commento sul Far West di Quarto Oggiaro? R - Conosco bene quel quartiere difficile e, durante la campagne elettorali, in mezzo a centinaia di cittadini assolutamente perbene, ho incrociato anche diversi pregiudicati, alcuni dei quali cercavano veramente di cambiare vita ma non è facile. Lo stato deve fare sentire tutta la sua autorità ed autorevolezza, innanzitutto dando risposte concrete (case popolari, asili nido, spazi per i giovani, sussidi per gli anziani, istruzione e supporto al mondo del lavoro) e secondariamente con una presenza costante e visibile delle forze di polizia. Per sradicare la criminalità ed il degrado, servono “il bastone e la carota”, ovvero legge ed ordine (anche “il pugno di ferro” quando serve) ma insieme a giustizia sociale. Ma in quella zona, è giusto ricordare che ci sono anche tanti esempi positivi: parrocchie, centri sportivi, associazioni culturali e di volontariato e tanta solidarietà. D - Quale è il tuo giudizio sui governi locali di Pisapia, Podestà e Maroni? R - Quello sulla giunta rossa del radical-chic Pisapia è assolutamente pessimo: ha diminuito fortemente la sicurezza ed il benessere dei milanesi, tartassato famiglie e commercianti, abbandonato le periferie, difeso solo zingari e leonkavallini, riempito di consulenze e soldi pubblici i propri compagni di merende. La giunta provinciale ha lavorato benino ma, contando veramente poco, non se ne è accorto nessuno. E dalla Regione Lombardia, dopo tutte le incoraggianti promesse elettorali di cambiamento di Maroni e della sua lista civica, sinceramente, mi sarei aspettato di più, ma è ancora presto per giudicare, diamogli ancora qualche mese. La verità è che in questa crisi sistemica della democrazia, i partiti e le assemblee elettive contano sempre meno e la classe dirigente selezionata è sempre più mediocre e meno autonoma. Bisogna tornare alla grande e buona Politica, fatta con disinteresse e passione, per la propria comunità, ognuno con le proprie idee. D - Ma quali sono le tue proposte concrete per uscire da questa grave crisi sociale? R – Grazie della domanda, finalmente parliamo di cose concrete! Le famiglie e le imprese italiane sono soffocate dalle tasse e dalla burocrazia, non si riesce più a lavorare e, in certi casi, nemmeno a sopravvivere. E per abbassare questa vessatoria e insopportabile pressione fiscale, oltre a fare tagli (e di carrozzoni inutili e sprechi ce ne sono ancora tantissimi), bisogna rivoluzionare il sistema economico dello stato, rivedere i trattati europei, riprenderci la nostra piena sovranità monetaria, nazionalizzare la Banca  d’Italia, vietare e punire severamente le infami speculazioni dell’alta finanza privata internazionale che sono la principale causa di questa crisi. D - Ora arriva il giochino del botta e risposta. Ad ogni nome che faccio voglio un definizione sintetica o un tuo commento veloce. D - Erich Priebke: R - Un soldato tedesco che ha ubbidito ad ordini superiori. Pace all’anima sua. D - Papa Francesco: R - Simpatico, comunicativo, nazionalpopolare ma io preferivo Benedetto XVI. D - Silvio Berlusconi: R - Un sincero anticomunista. Un grande uomo, con più pregi che difetti. D - Alba Dorata: R - Onore ai due giovani patrioti greci ammazzati dai sicari del mondialismo. D - Primavera Araba: R - Una tragedia. Io difendo i cristiani perseguitati ed in Siria sostengo Assad. http://destrapermilano.blogspot.it/2013/11/intervista-roberto-jonghi-lavarini-7.html

lunedì 25 novembre 2013

Per una nuova aristocrazia europea.

 

Nobiltà ed Elite Tradizionali - Vent'anni dopo

 

   Venti anni fa, nel 1993, veniva presentata a Roma e Milano, con considerevole ripercussione sulla stampa, quella che sarebbe stata l’ultima opera scritta da Plinio Corrêa de Oliveira: «Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII». Oggi, gli avvenimenti sembrano dare nuova attualità al tema.  “In nome del Papa Re. Dai salotti la marcia sul Campidoglio”; “Professore brasiliano teorizza la controrivoluzione”; “La nobiltà al potere”; “Stemmi e corone rivendicano il potere”; “Un importante volume di Plinio Corrêa de Oliveira”. Ecco alcuni titoli apparsi sui giornali all’indomani del lancio in Italia del libro di Plinio Corrêa de Oliveira «Nobiltà ed élite tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato e alla Nobiltà romana» (Marzorati, Milano 1993).  “Stati generali dell’aristocrazia romana al completo”: così Il Tempo titolava il servizio sul lancio dell’opera a Roma, presentata nell’imponente Sala del Baldacchino di Palazzo Pallavicini, a due passi dal Quirinale. “Dobbiamo comprendere la portata dell’appello che sale dalla gente – ha sottolineato nella sua relazione il principe Sforza Ruspoli – il popolo vuole vedere incarnati i valori della preghiera, dell’azione, del sacrificio, che i nostri antenati santi, condottieri ed eroi testimoniarono a prezzo della vita”. A Milano, il libro è stato presentato a Palazzo Serbelloni, in concomitanza col Convegno Internazionale della Nobiltà Europea. A Napoli, la presentazione ha avuto luogo nell’Hotel Excelsior, alla presenza di S.A.R. Carlo di Borbone, duca di Calabria. Il successo è stato tale che anche la Repubblica ha dovuto ammettere tra i denti: “Napoli non ha mai perduto certi umori monarchici”. Il volume è stato successivamente presentato a Palermo, Padova, Firenze, Forlì, Tolentino, Torino, Verona, Genova, Gavi e altre città. L’opera di Plinio Corrêa de Oliveira, anche incoraggiata dal plauso internazionale, è stata pubblicata in 10 edizioni, tradotta in 6 lingue, diffusa in 32 paesi. Qual è il motivo di un tale successo? “Attualmente mi sembra che l’atteggiamento dell’opinione pubblica sulla nobiltà sia molto meno influenzato dagli errori della Rivoluzione francese di quanto non fosse fino a poco tempo fa”, spiegava Plinio Corrêa de Oliveira in un’intervista al mensile francese Le Nouvel Aperçu. In un mondo sempre più in rovina, in cui alla crisi economica si accompagna una crisi spirituale e culturale sempre più accentuata, sembra che molte persone cerchino sollievo elevando lo sguardo al simbolismo rappresentato dalla bellezza della Tradizione. Comincia a nascere in molti spiriti la nostalgia di un ordine naturale sano. Come il figlio prodigo, crescenti settori dell’opinione pubblica rimpiangono la rottura con la Tradizione, e anelano alla restaurazione della civiltà. Anelito che si manifesta, per esempio, nell’entusiasmo popolare per le feste di incoronazione e per i matrimoni dei reali.  Di fronte all’affermarsi di un certo pauperismo, la difesa delle legittime gerarchie – che altro non sono che un riflesso sociale della ricerca della bellezza e dell’eccellenza – diventa più attuale che mai. L’opera di Plinio Corrêa de Oliveira si staglia come un supremo sforzo in vista della salvezza della civiltà occidentale e cristiana. Ricordando un aspetto spesso trascurato del Magistero della Chiesa, il trattato intende proclamare la legittimità, anzi la fondamentale sacralità di una società gerarchicamente costituita, riscoprendo il ruolo delle élite, infondendo in esse il coraggio di riaffermare il loro tradizionale ruolo di influenza, tanto più necessario in un mondo come quello odierno in preda ad un disordine sempre più grande.

 

 Anticipando un tema del numero di dicembre della rivista Tradizione Famiglia Proprietà, ecco un articolo su questo importantissimo tema:

http://www.atfp.it/2013/111-dicembre-2013/885-ventanni-dopo.html

 

       Per eventuali richieste del libro, anche come originale regalo di Natale a qualche conoscente, al prezzo speciale di Euro 15,00, scrivete una mail a info@atfp.it oppure utilizzate l'apposito menu:

http://www.atfp.it/richieste-materiale.html

 

      Cordialmente, JULIO LOREDO
 
 

Newsletter dell'Associazione Tradizione Famiglia Proprietà — Novembre 2013 — 1


 
 

Vent’anni dopo

 

di Juan Miguel Montes

 

Nell’articolo “Resuscitando Darcy”, eloquente quanto ampio (un’intera pagina), pubblicato sul Corriere della Sera il 5 ottobre scorso, Maria Serena Natale scrive che “le monarchie non hanno mai goduto di tanta popolarità come nell’epoca della democrazia digitale: tra abdicazioni, matrimoni, scandali e incoronazioni in Gran Bretagna, Norvegia, Svezia, Danimarca, Spagna e Paesi Bassi attraggono attenzione mediatica e affetto sincero. Non è il risvolto politico che appassiona ma il velo lungo di Kate all’altare, quel mondo lontano di carrozze, fregi, stemmi e ricami. (…) Priva di quell’alone di sacralità, la repubblica non ha la stessa presa emotiva sulle masse. D’altronde quando la corona annulla le distanze dal mondo “borghese” nel tentativo di modernizzarsi, perde mordente. E il caso dei reali svedesi, che negli ultimi 25 anni sono scesi dal 90 al 60 per cento nei consensi”.

 

Un fatto da constatare

L’articolo mette con acutezza il dito nella piaga di luoghi comuni denigratori che, a partire dalla Rivoluzione francese, prevalgono sulle aristocrazie. Tuttavia c’è un fatto: nonostante l’onnipresente e martellante ripetizione che se ne fa, essi non sembrano riuscire a mutare a fondo l’animo umano. La giornalista del Corriere della Sera aggiunge significativamente che il fenomeno da lei descritto si accentua ancor più in momenti di crisi, di mancanza di fiducia, di caos, come quello in cui viviamo. Si potrebbe pensare a semplice futilità, invece ciò riflette il profondo desiderio dello spirito umano di essere appagato dal mistero, dal trascendente e, persino, dal meraviglioso. Un’aspirazione questa che nessun discorso sui beni materiali o sulle novità tecnologiche potrà mai soddisfare.

Secondo la Natale il voler “annullare le distanze” per “modernizzarsi”, fa perdere “mordente” alle monarchie e riporta l’esempio di ciò che è accaduto in Svezia: la dinastia, negli ultimi anni, imborghesendosi ha perso, di conseguenza, sempre più consenso. Questa, in realtà, è una constatazione che vale non solo per le monarchie ma anche per altri ambiti, quali, ad esempio, la liturgia e l’architettura. Insomma, è una esigenza che trapela proprio dal popolo comune, il quale sovente si stanca del grigiore massificante e degli appiattimenti cui è costretto, manifestando prima o poi l’anelito all’esatto opposto.

 

 Un libro storico

Venti anni fa, nel 1993, alla fine di ottobre, venne presentata a Roma, con considerevole ripercussione sulla stampa, quella che sarebbe stata l’ultima opera scritta da Plinio Corrêa de Oliveira. Parliamo del saggio: “Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII”. Il pensatore brasiliano, prendendo spunto dal magistero di papa Pacelli e discernendo l’esaurimento della spinta propulsiva al discorso ugualitario imposto dalla Rivoluzione Francese in poi, invitava l’aristocrazia ed élites tradizionali analoghe ad una ripresa del loro ruolo di servizio al bene comune, al fine di illuminare come un faro il resto del corpo sociale con le loro eccellenze culturali e morali, in tempi che già si preannunciavano di crescente confusione e oscurità.

“Oggi – asseriva il filosofo cattolico – gli errori della Rivoluzione del 1789 vanno ‘invecchiando’ e perdendo influenza. Ciò non significa che tale influenza sia piccola, ma è minore di un tempo e tende a diminuire sempre di più”.

L’evento, svoltosi nella magnifica cornice di Palazzo Pallavicini a Roma, allarmò la Repubblica, diretta da Eugenio Scalfari, pontefice massimo del secolarismo sinistrorso, finendo in prima pagina, nella cronaca interna e nel fondo. Un altrettanto noto quotidiano della Capitale, Il Tempo, salutava, al contrario, con beneplacito la monografia di Plinio Corrêa de Oliveira. Dopo aver qualificato l’autore come “maître à penser della Destra”, ne riconosceva il merito avuto nel riproporre, in termini originali, un valido invito all’impegno di un ceto singolarmente vocato al servizio della società. Un’idea, questa, rafforzata, secondo la cronaca del quotidiano romano, dal Cardinale Alfons Stickler che, in conclusione del convegno, affermò: “Come i triari romani che, marciando alle spalle delle legioni, erano capaci di ribaltare la disfatta in vittoria, così l’aristocrazia deve sapere trasfondersi nell’animazione cristiana della società”.

 

Due opzioni preferenziali armoniche

È questo un discorso valido nel mondo di oggi e nell’ambito di una “Chiesa dei poveri e per i poveri”, si domanderà qualcuno? È ragionevole chiedere, come faceva l’autore del saggio, un’azione anche pastorale in favore delle élites che si affianchi alla giusta e ampia azione per i bisognosi, all’opzione preferenziale per i poveri, come era solito dirsi allora?

Tralasciando il fatto che anche le élites sociali si trovano, non di rado, impoverite nell’attuale contesto storico, Plinio Corrêa de Oliveira sottolineava che una eventuale opzione preferenziale per i nobili non esclude quella per i poveri, e l’una non si contrappone all’altra, come insegna Giovanni Paolo II: “Sì, la Chiesa fa una opzione preferenziale per i poveri. Una opzione preferenziale, si badi, non dunque un’opzione esclusiva o escludente, perché il messaggio della salvezza è destinato a tutti”. Entrambe le opzioni rappresentano modi diversi di manifestare il senso di giustizia e carità cristiana che sole possono affratellarsi nel servizio dell’unico Signore, Gesù Cristo, che fu modello dei nobili e dei poveri. Queste parole servano di chiarificazione per coloro i quali, animati dallo spirito della lotta di classe, ritengono che esista una relazione inevitabilmente conflittuale tra il nobile e il povero.

L’autore brasiliano poneva l’accento, alla maniera dell’agere contra ignaziano, sulla prevalente tendenza utopica e demagogica che pretende di appiattire tutti in una massa ugualitaria e anonima. Qualcosa che equivarrebbe a negare la realtà che ci mostra come - al di là della essenziale uguaglianza di tutti gli uomini - sono legittime e necessarie le diseguaglianze causate dagli accidenti. Infatti, Pio XII, nel Radiomessaggio del Natale 1944, insegnava che “le ineguaglianze provenienti da accidenti come le virtù, il talento, la bellezza, la forza, la famiglia, la tradizione ecc., sono giuste e conformi all’ordine dell’universo”.

 

 

Rinasce l’egualitarismo utopico?

Tale dottrina delle giuste ineguaglianze fu sostenuta da san Tommaso come un bene di per se stesso, in quanto riflesso dell’ordine della Creazione e una via per conoscere ed amare il Creatore. In seguito, essa è stata ribadita da un lungo magistero pontificio in cui armonicamente trovano posto e legittimazione grandi, medi e piccoli in un ordine sociale che – sebbene debba fornire condizioni degne e giuste per tutti - non deve mai puntare al livellamento totale.

Come si sa, il discorso egualitario dal sapore marxista è stato apparentemente superato dal crollo dell’impero comunista. Tuttavia esso viene riproposto in modo ricorrente da tendenze, persino cattoliche, che vorrebbero trasformare anche la Chiesa in un campo di battaglia di “oppressi” contro “oppressori”, aggiornando così la teoria della lotta di classe, nonostante si cerchi opportunisticamente di negare l’apparentamento originario a Marx, figura ormai screditata, per associarla a un presunto obbligo religioso.

Una grande occasione di propaganda i neo-egualitari la trovano or ora in certe situazioni createsi con la crisi finanziaria ed economica internazionale, certamente originata anche da azioni profondamente immorali, ma che non si risolve affatto attingendo a ricette egualitarie bocciate dalla storia, dopo che esse hanno dimostrato la loro intrinseca incapacità di migliorare le condizioni di vita. Un fatto dovuto proprio al diniego utopistico delle legittime differenze presenti nell’ordine naturale e sociale.

Ma il discorso neo-egualitario trova conferma nella realtà attuale?

 

 Le nazioni più avanzate non sono ugualitarie

L’opera di Plinio Corrêa de Oliveira segnalava il carattere organico e naturale della formazione di un’élite dirigente storica e a conferma di ciò mostrava come anche nei modernissimi Stati Uniti, una nazione nata repubblicana, si siano formate famiglie eminenti che fanno di questo Paese una realtà largamente aristocratica e tendenzialmente tradizionale. Altroché mito degli Stati Uniti, nazione super-egualitaria. Ciò conferma un’altra constatazione sull’ordine naturale già messa in evidenza da Papa Pacelli: “Anche nelle democrazie di fresca data e che non hanno dietro di loro alcun passato di vestigio feudale, si è venuta formando, per la forza stessa delle cose, una specie di nuova nobiltà o aristocrazia” (Allocuzione al Patriziato e alla Nobiltà romana, 1947).

A questo punto sarebbe da domandarsi se un analogo processo di ricreazione dell’élite sociale e culturale non stia avvenendo ora persino nella ex Unione Sovietica, cioè in quello che fu un gigantesco laboratorio per la costruzione della società assolutamente ugualitaria. A parte la prevalenza socio-economica di personalità di origine più o meno dubbia, a volte fortemente coinvolte nella realtà comunista precedente, è un fatto noto che vecchi rappresentanti della nobiltà in esilio siano tornati da Londra e Parigi a Mosca e San Pietroburgo, dove hanno trovato accoglienza ed affetto sia nel popolo sia nei circoli culturali e religiosi più importanti della Russia, i quali vedono in loro genuini rappresentanti di una identità che i bolscevichi cercarono di cancellare.«Chassez le naturel, et il reviendra au galop» dicono i francesi.

 

 Nessuno è immune dal lustro della tradizione

Si sa, inoltre, che i nuovi ricchi russi e cinesi sono i maggiori datori di lavoro di maggiordomi laureati in esclusive accademie londinesi. Trattasi di persone di notevole formazione culturale, capaci non solo di organizzare eventi sociali e di coordinare il personale di servizio, ma in grado di parlare ottimamente le lingue e discorrere sui più svariati argomenti storici e di attualità, con quell’elevata raffinatezza raggiunta in genere nell’Europa occidentale e, in specie, dalle casate gentilizie britanniche. Ed è proprio questo, a parte naturalmente la ricchezza, che molti tra i nababbi dei paesi emergenti vorrebbero trasmettere ai propri discendenti, riconoscendo così la superiorità della tradizione sul mero potere del denaro. Del resto, non a caso Papa Pacelli diceva ai nobili nel saluto annuale del 1958 che persino chi “ostenta noncuranza e forse disprezzo per le vetuste forme di vita, non va del tutto immune della seduzione del lustro”.

Da qui l’attualità e persino la nota di preveggenza presente nel pensiero di Plinio Corrêa de Oliveira. Nonostante l’involgarimento generalizzato e l’appiattimento indotto, forse anche proprio a causa di questo, vasti settori dell’opinione pubblica si aprono sempre di più a tendenze e idee contrarie all’andazzo corrente. Parlando del ruolo della “Nobiltà e delle élites tradizionali analoghe”, egli non pensava certo alla ripresa del ruolo, come corpo costituito, nella direzione dello Stato che la nobiltà aveva avuto in passato, dalla difesa militare alla diplomazia alla magistratura, bensì di mettere al servizio del bene comune “il suo inestimabile capitale di principi, di tradizioni, di stili di vita e di modi di essere, la cui perdita andò in detrimento delle altre classi sociali, passate a vivere sotto l’influenza criticabile e, a volte, perfino ridicola dei nuovi ricchi”.

Questo, e non altro, era poi il fulcro delle allocuzioni rivolte da Papa Pacelli alla nobiltà e al patriziato romano: utilizzare le risorse che restano loro per avviare un nuovo corso di elevazione culturale, morale e religiosa in beneficio di se stessi e del resto della società.